Digital Networks Act: svolta vera o passo intermedio per il futuro digitale europeo?
In diverse puntate di TuttoConnesso abbiamo parlato di telecomunicazioni europee, mercato unico, sovranità digitale e del ruolo strategico delle reti nella trasformazione dell’economia. Sono tutti temi che tornano con forza anche nel dibattito sul Digital Networks Act (DNA), la proposta della Commissione europea pubblicata il 21 gennaio 2026 e presentata da molti come una possibile svolta per il settore. Ma, guardandola con un po’ di distanza, la domanda giusta non è se il DNA sia un successo o un fallimento. La vera domanda è un’altra: che cosa può davvero cambiare, e che cosa invece richiede scelte più profonde?
Una parte importante delle delusioni emerse attorno al DNA nasce da un equivoco di fondo. Negli ultimi anni il settore europeo delle telecomunicazioni è stato descritto come strutturalmente sotto pressione: mercati frammentati, bassa redditività, forti esigenze di investimento su fibra e 5G, dipendenza crescente dai grandi attori globali del digitale. In parallelo, i rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi hanno riportato le infrastrutture digitali al centro dell’agenda europea sulla competitività. In questo clima, sul DNA si sono riversate aspettative enormi: completare il mercato unico, riequilibrare i rapporti con gli hyperscaler, favorire il consolidamento e rafforzare la sovranità digitale europea. Ma un regolamento settoriale, per sua natura, non può fare tutto questo da solo.
Il contributo più concreto del DNA sta soprattutto nella maggiore coerenza regolatoria. La proposta punta a semplificare un quadro normativo che negli anni si è stratificato tra direttive, atti attuativi e recepimenti nazionali differenti. In questa direzione vanno misure come il cosiddetto “passaporto unico” per facilitare l’attività transfrontaliera degli operatori, la maggiore convergenza nella gestione dello spettro e un tentativo di allineare meglio il settore telco con le esigenze di sicurezza e resilienza delle infrastrutture digitali. Sono passi importanti, perché in un settore ad alta intensità di capitale la prevedibilità regolatoria conta molto per gli investimenti. Ma non bastano, da soli, a creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni.
Il nodo di fondo resta infatti più ampio. L’Europa non soffre solo per la frammentazione delle reti o per l’eccesso di operatori nazionali: soffre soprattutto per la debolezza nel livello più alto della catena del valore digitale, quello delle piattaforme, del cloud, dei dati e dell’intelligenza artificiale. Gli hyperscaler statunitensi e cinesi agiscono oggi come veri orchestratori degli ecosistemi digitali; l’Europa, invece, resta forte nelle infrastrutture ma molto meno nei servizi digitali di scala. Il DNA può contribuire indirettamente a rafforzare la base della connettività, ma non può da solo creare campioni europei del digitale o ribaltare gli equilibri di potere nell’ecosistema.
Ed è proprio qui che il ragionamento si fa più interessante. L’articolo suggerisce che il DNA vada letto come strumento di transizione, non come soluzione definitiva. In questa prospettiva, una delle ipotesi più rilevanti è quella di una maggiore separazione funzionale tra infrastrutture di rete e innovazione nei servizi: da un lato reti gestite con logiche di efficienza, neutralità e stabilità degli investimenti; dall’altro attori capaci di concentrarsi su piattaforme, dati, cloud federato e nuovi servizi digitali europei. È in questo spazio, più che nel semplice affinamento delle regole, che si gioca una parte decisiva del futuro digitale europeo.
In definitiva, il DNA non è la trasformazione, ma può essere una base utile per renderla possibile. La sfida, ora, è capire se l’Europa saprà usare questa maggiore coerenza regolatoria come punto di partenza per una strategia industriale e tecnologica più ambiziosa. Perché il futuro delle telecomunicazioni europee dipenderà sempre meno dalla sola regolazione e sempre più dalla capacità di collegare reti, innovazione e sovranità digitale in una visione comune.
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